Le pecore lo riconoscono

con il pastore in Turchia

con il pastore in Turchia

STRALCI DAL DIARIO 1977-78

<<Il buon pastore entra per la porta, non da un’altra parte. Entra da dove ci s’incontra, da dove può essere riconosciuto, visto in faccia, accolto o respinto. Non entra a forza, di nascosto, non aggira, non “si introduce” non “si infiltra”: entra, va diritto alla persona, allo scopo. Stabilisce un collegamento diretto e immediato senza sotterfugi, sottintesi, tattiche, strategie diplomatiche. Entra per la porta rivolgendosi direttamente, chiamando e parlando.

Dio non entra attraverso la paura, la minaccia, approfittando di debolezze e crisi, non si infila approfittando di un cedimento, d’uno smarrimento, d’una qualunque apertura o fessura. Dio entra per la porta d’ingresso, faccia a faccia, magari improvvisamente, inaspettato, fuori orario, ma per la porta. Non entra per la feritoia della politica, dello sport, dell’ascendente, ma per la porta del rispetto, dell’amore, dell’appello uomo a uomo, Dio a uomo, padre a figlio, amico ad amico.

E poi questo pastore entra “dentro”, nell’ovile delle pecore, nella loro casa, le chiama “nome a nome” una per una, perché le conosce, le invita a uscire, le aspetta tutte, e poi si mette avanti a loro, le precede e le guida, le conduce.

Le pecore lo riconoscono, da tutte le cose dette prima (entra per la porta, avanza nell’ovile, le chiama per nome, le invita a uscire, verso la vita) e gli vanno dietro, vedono che non è un estraneo, perché gli estranei li fuggono.

Dio è sceso dal cielo, si è incarnato nel Figlio, è entrato per la porta, faccia a faccia, s’è addentrato nell’ovile, ha guardato le sue pecore, s’è fatto guardare e scrutare, le ha conosciute da vicino e le ha chiamate per nome: solo così non è un estraneo, ed è possibile riconoscerlo e andargli dietro. Dio ha dovuto liberarsi della sua estraneità, da straniero s’è fatto familiare. L’unico modo era la via che ha scelto, l’atteggiamento rappresentato nel pastore.

Il mercenario è colui che vive delle pecore, sulle pecore, il pastore è colui che dà la vita alle pecore, per le pecore, dà se stesso, non le cura per se stesso, non se ne fa una riserva, o un vanto, o un potere, o un popolo osannante e plaudente, non si fa ammirare, non dà spettacolo di sé: gli stanno a cuore le pecore.

Non cerca la sua gloria ma cerca la gloria del Padre, la sua felicità, la sua esaltazione, e viene a comunicare gloria alle sue pecore.

Per sé non cerca nulla: ama soltanto e non capito, si lascia buttare fuori dell’ovile, non pretende di essere pastore per forza. Dalla porta è entrato, dalla porta esce. E guardandolo così, cacciato, ucciso, rifiutato, lo si capisce davvero che è pastore, si è rapiti dal suo amore e davvero gli si dà credito, ci si lascia convincere e gli si crede. Lui solo è pastore.

Il mistero di Gesù è questo: Dio che da straniero si fa vicino, entrando in mezzo al gregge, venendo a vivere in mezzo ad esso. Solo così poteva essere il loro Dio e non uno straniero potente da temere e adorare. L’estraneità ha certi connotati, la familiarità ne ha altri, chiari ed esigenti: in Gesù Dio li ha assunti. Sono connotati che sono presenti in Dio stesso, nel mistero del logos (Parola: il Padre chiama per nome il Figlio, pronunciando il suo nome, l’unica Parola del linguaggio di Dio), nel mistero del Figlio unigenito, amato. Il Figlio è l’ovile del Padre.

Il Figlio depositario di questo amore, ne è l’immagine, la manifestazione, l’emissario, l’inviato: compie la volontà del Padre, che è quella di chiamare per nome, entrare per ogni porta, introdursi in ogni ovile, dare la vita non chiederla. Nel Figlio-pastore si manifesta la gloria del Padre, la sua potente vitalità interiore.

Nel pastore crocifisso si specchia perfettamente il Padre: depositario e trasmettitore perfetto dell’amore, “come il Padre ha amato me, io ho amato voi” “come il Padre conosce me, io conosco le mie pecore” “come io e il Padre siano una cosa sola”.

Allora è tutto chiaro: Gesù va da Lazzaro (capitolo 11), nell’ovile della morte e della puzza (la tomba) e lo chiama per nome, e Lazzaro lo riconosce, varca la porta e va dal suo pastore e lo segue: è il trionfo della vita.

E Gesù chiamerà per nome “Maria” nel giardino, dopo la resurrezione, e Maria lo “riconoscerà”. Gesù chiamò per nome gli apostoli, entrò nell’ovile delle prostitute, dei ladri, ma entrò sempre per la porta, nell’ovile dei pubblicani, dei romani, dei farisei, di tutti. Fece uscire, attendendoli fuori, gli zoppi, i ciechi, i lebbrosi, i peccatori dall’ovile delle loro cecità, del loro peccato, della loro perdizione.

Egli dirà: andate, pascete nel mio nome. Pascere, nel nome di Cristo, cioè come Cristo, con l’autorità, il cuore e l’animo di Cristo.

Fuggire quando viene il lupo, cioè la crisi, l’abbattimento, il dubbio, la difficoltà, la persecuzione o qualunque altra cosa. Mai: il buon pastore non lo fa, è sposato con le sue pecore, è legato ad esse, è familiare non più straniero, il loro nome è impresso sul suo cuore, sulle sue mani.

E le pecore di fuori, di un altro ovile. Pure quelle… Tutto il mondo è un ovile, non ci sono steccati, ovunque egli è mandato, dalle pecore smarrite, dalle pecore del piano o del monte, della città, della campagna.

Signore mettimi dentro tutte queste cose: che io ti scopra Pastore, che io abbia il tuo animo di pastore. Pecora di un tale pastore, mandato alle altre pecore a immagine di questo pastore.

“Bisogna rinascere un’altra volta”: certo. Si riceve un nome quando si nasce, anzi si nasce perché qualcuno ha pensato a noi, ci ha chiamati alla esistenza. E si rinasce quando si riceve un altro nome, quando si viene chiamati un’altra volta, si riconosce questo nuovo nome, se ne sente il bisogno, e ci si muove verso chi ci chiama. “Non sai da dove viene questo nome, da dove soffia questo alito di vita che ti chiama, ma pure c’è, tu lo senti, e senti che tutto si ridesta in te”. Ma bisogna che sia innalzato il Pastore, e allora tu percepisci che davvero ti chiama, che pronuncia il tuo nome non come un mercenario, un compratore, uno che ha bisogno di seguaci, ma come uno che ti ama senza volerti catturare, e amandoti, come il Padre lo ama, come il Padre ha chiesto di fare, disposto a lasciarsi cacciare piuttosto che a introdursi e ad averti con la forza.

Maria: fosti chiamata anche tu per nome all’annunciazione e lasciasti entrare nel tuo ovile il pastore, che in te nacque e da te ci è stato dato. Tu sei la porta che si è spalancata per accoglierlo e si è aperta per consegnarlo a noi.

Insegnami a credere, a essere pecora di questo pastore, a diventare maestro di fede, porta e pastore per le altre pecore>>.
Santuario di Greccio, 18 ottobre 1978

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