STRALCI DAL DIARIO 1977-78

(porta casa Urfa)

<<“Io sono la porta delle pecore: attraverso me possono entrare e uscire e trovare il nutrimento che dà la vita” (Gv 10).

La Porta: allora è possibile entrare e uscire, è possibile tentare di entrare e tentare di uscire. La porta significa un passaggio… Ma se c’è una porta è segno che bisogna lasciare ciò che è di casa, [e] si può trovare qualcosa che può diventare di casa. La porta significa che tutto è casa ma devi varcare una soglia perché questo avvenga.

La porta verso il mondo, la porta verso Dio: si può rimanere prigionieri del mondo e si può rimanere prigionieri di Dio. Si può tirare la porta verso Dio o verso il mondo, dimenticando di varcarla.

Anche Dio ha varcato le porte del Verbo creando il mondo ed entrando poi in esso, facendo anche del mondo la sua casa, la sua carne, la sua sposa. E il Verbo ha varcato la soglia del mondo per congiungersi al Padre: Gesù è la soglia di comunicazione, di passaggio, è l’ingresso al mondo e l’ingresso a Dio.

Chi non varca una soglia è chiuso in una stanza e vi rimane prigioniero. Dio non è prigioniero di se stesso: ha una porta e vi esce, e da essa fa entrare. Il mondo è prigioniero di se stesso finché non apre una porta per uscire e andare a Dio e lasciare entrare Dio.

Dio abita nell’uomo e l’uomo abita in Dio. Ma lasciare se stesso per Dio è una croce, è un morire, un darsi totalmente, un farsi servo, amico, sposo. E lasciare il “mondo” (nella sua logica, nel suo essere stanza chiusa) per entrare in Dio, per Gesù è un morire, un essere cacciato, un essere non capito: Gesù è la porta, ma proprio per questo è la morte, è la croce… proprio per questo è un vivere, un entrare nella vita. Varcare una soglia è morire: questo morire è un vivere…

Gesù è la porta: egli è la comunicazione con Dio, egli è la comunicazione tra un essere umano e l’altro, tra l’uomo e la natura. Se Gesù è la porta l’incomunicabilità è vinta. C’è una breccia aperta verso l’altro e dall’altro verso me. Siamo familiari l’uno all’altro: c’è una casa oltre me, un fratello, un focolare, una stanza amica, un parente, uno che posso riconoscere, perché ha gli stessi miei connotati, abiti, immagine; avanti a me e dietro a me e a fianco di me la porta aperta: è il Cristo.

Anche peccare è possibile, anche allontanarsi, anche fuggire, tradire: la porta me lo permette, non si ribella, non mi toglie questa libertà. E posso tornare, la porta non mi toglie quest’altra libertà e gioia.

Esser porta: che gli altri attraverso me possano entrare e uscire, senza arrestarli, bloccarli, fermarli a me. Essere una comunicazione, una soglia di comunione, essere una croce, accollarmi la croce di questa comunione, di questo ritrovarsi degli altri, di questo ritrovarsi di Dio e del mondo. Essere disposto a sperimentare per me la strettezza di una porta da passare, una che dà vita e porta alla vita, essere disposto a sperimentare la strettezza di essere porta, di far passare, di mettere in comunione, portando alla vita. Lasciarsi aprire e chiudere, lasciarsi usare continuamente come una porta.

La vita è varcare di continuo una soglia, mille soglie, infinite soglie, o morire di inedia, chiusi in un carcere. La vita è la possibilità certa di entrare e di uscire perché Cristo è il punto di passaggio, di legame, di congiungimento, è la saldatura, la Pasqua.

L’amicizia, l’amore, la fraternità e la solidarietà: per i discepoli di Gesù significa aiutarsi a varcare certe porte, attraversare insieme il Cristo e attraverso il Cristo addentrarsi, avanzare, spingersi in là, oltrepassare. Non esiste amicizia se non è sostenersi nello sforzo di passare oltre, farsi coraggio nel mettere un piede al di là di certe soglie, di mille soglie, raggiungere insieme nuove stanze, nuovi mondi, nuove mete sostenendo insieme lo sforzo del terrore della morte insita nel gettarsi oltre una porta. L’amicizia significa sentirsi comunicanti e legati da vincoli, attraverso questa porta: il punto di passaggio dall’uno all’altro non è se stess, [le] proprie forze, capacità, talenti, attrattiva etc. ma il Cristo. Da sé soli non si può comunicare, andare all’altro e far venire: occorre una porta: ed è Cristo.

Fare a meno di questa porta significa comunicare attraverso i muri. Illudendosi di non averli e solo quando si scopre la porta allora si nota la differenza>>.

Fonte Colombo, 13 Ottobre 1977

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