Riflessione del card. Stella (2.1): Un missionario, un pastore, un martire

«Ma cosa c’è nella preghiera di don Andrea?

don Andrea in preghiera a Urfa

Don Andrea in preghiera a Urfa

Don Andrea è stato un prete che ha vissuto senza schizofrenie spirituali la dimensione missionaria della fede; non era un prete “partito per la missione” o con un carisma di evangelizzazione, ma, piuttosto, egli credeva che ogni prete è anzitutto un missionario e un annunciatore del Vangelo. Per questo, chiede nella preghiera i doni necessari all’apostolo, fino alla “disponibilità estrema” della propria vita, che effettivamente egli raggiungerà pochi anni dopo.

Commuove vedere che, proprio negli ultimi anni, la preghiera di don Andrea è, in qualche modo, preludio della sua testimonianza di offerta totale. Egli crede che sull’altare, mentre Cristo è nell’Ostia, ci sono anche i poveri, e proprio per essi un sacerdote deve evangelizzare e operare, sulle orme degli Apostoli; ma – osserva don Andrea – “San Paolo fuggì da Damasco nascosto in una cesta, cacciato, minacciato di morte. Io esco a piedi, in aereo, tranquillo. Non ho ancora sofferto nulla per te Signore. E soffrire mi fa paura” (“Cristo e i poveri”, 13 febbraio 1994).

Non è questo un romantico desiderio di sacrificio, ma la convinzione che la missione riesce quando ci si mette in gioco con la propria vita, con il dono di sé come Cristo fa nell’Eucaristia.

Così, con abbandono e fiducia, egli contempla l’attesa dello Sposo: “Quando sai che Dio viene, che ti vuole sposare e gli vai incontro, preparati a tutto: è Lui che dirige le nozze, tempi e modi. Tu? Devi solo avere olio, tanto olio”. E qualche anno prima del suo ultimo viaggio, don Andrea parla della sua morte: “La mia morte, quando verrà. Quando mi chiamerai a questo transito. Un’ora buia che mi fa paura. Solo tu luce, solo tu forza, solo tu fiducia. La tua mano, sposo mio” (“Ritorno”, 13 febbraio 1994).

La mano dello Sposo, che sempre lo ha accompagnato nel ministero, ha dolcemente afferrato la mano di don Andrea il 5 febbraio dell’anno 2005. Se è stata la violenza, atroce e ingiustificata, a spezzare la preghiera che egli stava elevando al Cielo nel silenzio della Chiesa, il suo Signore non ha permesso che essa si spegnesse; anzi, accogliendolo tra le sue braccia, ha esaudito una delle sue frequenti esclamazioni: “Tienimi bene in pugno e lavorami totalmente».

Basilica di Santa Croce in Gerusalemme – Domenica 29 Novembre 2015, ore 17:30

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